Sono seduta sulla gradinata. Tifo la squadra dei Moon. E’ la prima partita di Tommaso. E’ emozionato e un po’ spaesato in campo. Sono emozionata anche io. Dopo qualche minuto inizia a orientarsi, comincia a… Altro
Ho dormito in una torre




Guardo dall’alto la vallata che si spinge fino all’inizio del bosco. Sono seduta su una delle due sedie a sdraio di legno. Quella accanto a me è vuota, eppure provo un senso di completezza che non lascia spazio ad alcuna malinconia. Sorseggio il Gewurztraminer che mi sono portata da casa insieme al calice per celebrare questo fine settimana dedicato solo a me. Di fronte a me la vallata si colora del giallo intenso tipico dell’ora del tramonto.
Di tanto in tanto chiudo gli occhi per sentire sulla pelle il vento amplificato dal respiro lento. Sono qui. Finalmente.





Ritorno con la mente al mese di Gennaio, quando la Torre di Gombola mi ha trovata e mi ha fatto innamorare. Una casa torre costruita su una collina della campagna modenese, completamente immersa nella natura. Qui il tempo si è fermato al XV secolo e non è solo un modo di dire. Nella casa torre dove alloggio, infatti, non ci sono corrente elettrica, bagno e acqua corrente. Quattro piani collegati da ripide scale di legno e nessuna comodità di quelle a cui oggi siamo così abituati da non riuscire neppure a immaginare che non ci siano.





Non ci ho messo molto a decidere di venire qui, e di farlo da sola. Volevo portarmi via per qualche giorno, parlarmi, ascoltarmi, sentirmi. Così ho prenotato il mio piccolo viaggio nel tempo. Ed ora sono qui, un po’ infreddolita. Una giornata grigia e afosa sta lasciando il posto a un cielo limpido che promette una notte stellata e il tramonto è tutto ciò che ti serve. Mi giro e guardo, dal basso all’alto, quella che sarà la mia casa per due notti. Dormirò lassù, penso mentre guardo la piccola finestra dell’ultimo piano, anticamente la colombaia. Capisco perché lassù vivevano gli uccelli: salire le ripide scale di legno non è la cosa più agevole per chi non ha ali. Salirò tra poco, quando l’ultima luce sarà scesa oltre la collina e le prime stelle inizieranno a brillare, ma per ora mi godo l’ultimo sorso di vino fresco e profumato e ascolto il ronzio degli insetti che si posano sulla lavanda, mentre i cinghiali, in lontananza, salutano la sera.
Questo vento pulisce i pensieri e sento di essere nel posto giusto. Un brivido più forte mi fa decidere a entrare. Chiudo il portone della torre, accendo la torcia e salgo lentamente. Supero il piano del salotto con l’antica stufa a legna, quello con il grande tavolo di legno e gli scacchi. Penso che sarebbe divertente fare una partita ma questa è una delle poche cose che non posso fare da sola. Sorrido mentre salgo l’ultima scala fino ad arrivare in camera. Apro il lucernario e guardo le stelle che iniziano a brillare nonostante il cielo non sia ancora completamente buio. Faccio un respiro profondo pieno di gratitudine e richiudo. Mi addormento felice che avrò un’altra giornata e una seconda notte da trascorrere qui.





Anche se mi fingo proprietaria di una casa torre, non abbandono le mie abitudini cittadine e mi alzo alle cinque. Fare yoga nel giardino ha un sapore speciale. Fa ancora un po’ freddo, ma l’alba promette un’altra giornata calda e limpida. Bevo il caffè mentre cammino in cerca delle zone scaldate dai primi raggi del sole e mi sembra che sia uno dei caffè più buoni che abbia mai bevuto.



La giornata trascorre lenta, silenziosa, rilassata. Leggo, penso, ricordo e immagino il futuro. Mando un messaggio alla mia amica sorella per dirle che va tutto bene e che stare qui mi dà un grande senso di libertà, quella libertà di chi non si aspetta nulla da nessuno se non da se stessa, di chi ha imparato che la solitudine è uno stato dell’anima che non ha nulla a che fare con la mancanza e tutto con la capacità di volersi bene. Le racconto di quanto stare qui, in questa scomodità scelta, in questa semplicità di vita che induce i sensi a rallentare, mi stia portando un senso di pace e di gratitudine che porterò a casa con me. Imparare a stare bene in questa solitudine è stata una scelta, una conquista che ha un prezzo certo, come non potere giocare a scacchi, ma il gioco vale la candela e la metafora qui è decisamente azzeccata. Mentre aspetto il secondo tramonto del mio fine settimana, mi diverto a immaginare che un giorno tornerò, magari con il mio compagno di viaggio. Saliremo al terzo piano, ci siederemo al tavolo davanti alla scacchiera. Io voglio le pedine nere. Inizia la partita e non ho idea di chi vincerà. Mi volterò indietro in attesa della sua prima mossa, guarderò oltre la piccola finestra e mi ricorderò di questo giorno, nel quale immaginavo il mio futuro mentre provavo una gioia profondissima, quella di chi si è fatto un gran bel regalo. Ma poi, mentre il sole scende dietro gli alberi e la luce si fa meno intensa, torno al mio presente e mi ricordo di una cosa importante: io non sono brava a giocare a scacchi. E allora magari qui ci tornerò di nuovo da sola. E salirò fino alla colombaia sentendomi la signora della torre.
Paciu Maison: dimora d’arte a due passi da Bologna.

Oggi a Bologna il cielo è grigio. Il vento si fa, a tratti, stizzoso. Non è il giorno adatto a lunghe passeggiate in collina, ma c’è un posto, a pochi chilometri dalla città, dove è possibile trovare i colori che ancora si fanno attendere in questa primavera rimandata.

Paciu Maison è una dimora d’arte, un’opera artistica abitabile. Il nome deriva dalla doppia origine del suo ideatore, l’artista Harry Baldissera, italo- svizzero che al nome francese ha voluto unire la parola tutta bolognese “paciugo”. E in effetti questa casa colonica, incastonata tra verdi distese d’erba nella campagna bolognese, è un vero e proprio pasticcio di colori, stili, simboli e suggestioni.
Varcare la porta rossa nascosta in una cornice di piante rampicanti è come entrare in un quadro bizzarro ed eccentrico. Tredici sono le stanze, due i piani, moltissimi gli oggetti di epoche e provenienze diverse. Ognuna di esse racconta una propria storia, cita un artista, un’epoca, un tema. Così la camera da letto, ovvero la stanza dello scatto, ci ammonisce sulla completa mancanza di privacy proprio nel luogo più intimo della casa, il bagno diventa il cielo stellato di Van Gogh, l’ingresso accoglie la genesi, con il mare che si apre sotto un cielo azzurro. C’è la sala Ecaté dove esiste la realtà, ma anche infinite altre possibili chiavi di lettura di essa. Il salotto è la stanza delle maschere, i pavimenti sono sentieri di sale, selciati di specchi che conducono alla stanza dove la matematica può diventare un’opinione.






A Paciu Maison l’arte prende il sopravvento sull’ordine, la logica, la razionalità. Gli spiriti delle grandi menti e delle piccole forme artistiche aleggiano tra le soglie di porte colorate e precarie. Tutto qui è recuperato, re-immaginato, reinventato e aperto a molteplici interpretazioni. Sul grande letto matrimoniale, sovrastato da uno specchio rotondo, si sente lo spirito di Frida Kalo che, durante la sua lunga degenza, dipingeva se stessa utilizzando proprio uno specchio per vedersi. Centinaia di libri sparsi per la casa racchiudono ogni forma di cultura possibile, la verde cucina ricorda un campo che profuma di erba appena tagliata. Nella sala dell’espressione anche il divano è dipinto come fosse una tela.





Paciu Maison è dimora d’arte, casa museo contemporanea, opera d’arte abitabile, così la definisce Roberto, la bravissima guida che ci aiuta a interpretare ogni angolo che percorriamo. Ma dopo avere trascorso un’ora là dentro, penso che la definizione migliore sia proprio quella da cui prende parte del proprio nome: un bizzarro ed eccentrico paciugo di pensiero e artigianato ovvero quell’alchimia che rende un uomo, con qualche strumento in mano, un vero artista.
Varco di nuovo la porta rossa che guarda sullo spiazzo di ghiaia di un bianco sbiadito e polveroso, in tinta con il cielo lattiginoso di un inizio di Aprile ancora indeciso. Sento i colori addosso, il caldo del sole, la luce della luna, le vibrazioni dei numeri complessi che regolano quella follia chiamata talento. E mentre ascolto lo scalpiccio dei sassolini sotto le mie scarpe da ginnastica, ho la tentazione di rientrare, nascondermi sotto il cielo stellato di Van Gogh, in attesa che tutti vadano via, e restare lì fino a domani. Ma sento già il vociare dei prossimi visitatori. Sarà per un’altra volta.
Ode alle donne
Se dovessi raccontare oggi la mia vita con una immagine, sarebbe quella di un puzzle, i cui pezzi si incastrano uno ad uno, esperienza dopo esperienza, giorno dopo giorno. C’è un filo che unisce quello che accade in questo periodo e quel filo passa da una casa sulle colline reggiane, avvolta dalla nebbia, dove un’anima bellissima, Annalisa, ci ha accolte con la sua grazia e la sua dolcezza. Una giornata di sole donne, unite in cerchio e accomunate dal profondo desiderio di condividere vibrazioni potenti. Ci siamo sfiorate, guardate, ascoltate. Ci siamo raccontate con la confidenza di sorelle d’anima pur non essendoci mai viste. Abbiamo condiviso ferite, conquiste e domande, abbiamo condiviso un cibo meraviglioso. Ci siamo commosse e divertite. Quella di oggi è stata una giornata nella quale mi sono sentita profondamente connessa all’energia femminile. Ho trovato conferma che sto lavorando nella giusta direzione, che non inciampi mai per caso nelle cose e nelle persone e che la vita ti dona incontri che sono quasi un miracolo.
Grazie donne bellissime che avete reso possibile una giornata così piena e ricca. Grazie per avere raccontato la vostra fragilità e, nello stesso tempo, la vostra travolgente forza. Grazie per i sorrisi, le lacrime, l’impegno. Grazie a chi ha preparato con cura ogni stupendo momento per noi. Grazie a te Fra che mi hai presa con te in un mondo magico. E grazie a me che mi sono regalata questa meravigliosa esperienza.












Il mio fine settimana in viaggio. Nella mia città.




Il mio fine settimana in viaggio. Nella mia città.
È domenica. Ora di pranzo. Cammino lungo via Indipendenza, la mia bicicletta Paris portata a mano. Questa giornata di fine inverno ammicca alla primavera. Apro la giacca e respiro lentamente. Un ragazzo fa un ritratto alla torre Asinelli, quattro giovani ballano la break dance. Prendo una piadina ai pomodori secchi e insalata. Mi siedo sui gradini di San Petronio e mangio mentre leggo il mio adorato Baricco. Arriva il suono di un flauto traverso e di molte risate. Sono appena uscita dalla Matinee della Cineteca. Ho fatto colazione in biblioteca e ho visto Poor things che è un capolavoro. Un inno alla libertà. Mi piace moltissimo andare al cinema di mattina. La Cineteca è un vero dono.
Mi distraggo dalla lettura e ripenso a ieri sera.
Ho partecipato alla cerimonia dell’Aufguss in sauna e dello scrub aromatico nel bagno turco in un centro benessere poco fuori città. Il profumo dell’abete rosso, della menta e del melograno. I pori che si aprivano e la pelle che ringraziava silenziosa. Ho guardato la luna da una piscina di acqua calda. Ho chiuso gli occhi e respirato a pieni polmoni mentre il profumo del vapore si sprigionava grazie alla maestria del maestro di sauna.
Chiudo il mio libro. Allaccio di nuovo la giacca e salgo sulla bici.
Ho viaggiato in questo fine settimana di febbraio. L’ho fatto restando a casa. Perché viaggiare non significa solo salire su un aereo o su un treno e andare lontano. Viaggiare è fare esperienza di qualcosa. È conoscere. È curare il corpo, la mente e l’anima. In meno di 24 ore ho fatto tutto questo. Ed è stato un bellissimo viaggio. Chiuderò con una passeggiata tra gli alberi e tutto sarà perfetto. Grazie Bologna. Sto bene qui da te.
Bologna Spa & Wellness Cineteca di Bologna
La discreta eleganza di Sofia
Ma cosa vai a fare a Sofia? Non sono poche le persone stupite per la scelta di questa meta che, poco conosciuta, evoca le fredde e tristi atmosfere degli ex paesi socialisti. Se poi ci vai a Dicembre, quando le giornate sono gelide e corte, allora la diffidenza aumenta. Ma se c’è una cosa che ho imparato dai viaggi che ho fatto è che ogni luogo merita di essere visto e che lo sguardo con cui si osserva ciò che si vede può fare la differenza. Sono partita con la mente e gli occhi puliti, senza aspettative e senza quella smania di trovare monumenti, panorami e scorci visti tante volte nelle fotografie degli altri, nei film o nei documentari di viaggio. Sono partita con il desiderio di vivere esperienze di cui scrivere, di sorprendermi di un luogo del tutto sconosciuto e di fare incontri che si accumulassero nel mio bagaglio di ricordi. Non sono tornata delusa, da nessun punto di vista.
Sofia, capitale della Bulgaria, parte dell’impero bizantino prima, dell’Impero ottomano poi, indipendente dal 1878 ma sotto la forte influenza sovietica, dopo la caduta del muro di Berlino ha iniziato la sua strada verso una nuova identità senza riuscire ancora del tutto a lasciarsi alle spalle l’atmosfera di austera città dell’Est Europa di stampo socialista. Quello che si respira, arrivando in una fredda mattina d’inverno, è questa doppia anima di città vibrante e volta a occidente e il suo passato ingombrante ma ricchissimo di città d’oriente.
Cammino con la cuffia sulla testa e la sciarpa alzata fino al naso, i guanti a rendere i gesti impacciati mentre un cielo basso e grigio lascia cadere qualche indeciso fiocco di neve. Alzo gli occhi respirando per far entrare nei polmoni l’aria di questo luogo nuovo. Gli occhi chiusi e le orecchie tese ad ascoltare il canto del Moezzin. Sono accanto alla Moschea Banja Bashi, un piccolo e grazioso edificio che si affaccia sulla strada principale. A poche decine di metri si trova la sinagoga, una delle più grandi d’Europa. Alle mie spalle, in fondo al grande viale, svetta la meravigliosa cattedrale ortodossa di Sveta Nedelya. Con un solo giro su me stessa posso percepire la commistione di culture e tradizioni che convivono in questa città. Le tre grandi religioni convivono tranquillamente e l’immagine di questi tre luoghi santi che si guardano dai diversi angoli della strada mi piace moltissimo. Sono già innamorata di questo luogo e la neve che cade con più convinzione rende il momento perfetto.



Il centro di Sofia è piccolo e si gira a piedi comodamente cosa che rende molto rilassante scoprirla: manca la frenesia delle grandi città con così tante cose da vedere da rischiare di trasformare il viaggio in una corsa su e giù per i quartieri. Qui si può passeggiare senza fretta, godersi il tempo per un tè caldo in un localino pieno di oggetti e libri, chiacchierare con il proprietario, un genovese che ha un bellissimo gatto rosso che dorme sulla poltrona e molte storie da raccontare. Di Mario racconterò un’altra volta perché questo incontro merita uno spazio a sé ma il Pesto Bistro è un altro di quei luoghi del cuore che ho sparsi in tutto il mondo. Tra un tè e una cioccolata calda, una zuppa e un po’ di banitza, una specie di torta salata con formaggio e spinaci, entriamo nelle numerose chiese ortodosse della città. Ce ne sono di grandissime e di piccole, tutte bellissime e molto suggestive. In alcune ci fermiamo un po’ per assistere alla cerimonia. I fedeli accendono sottili candele che infilano in grandi ciotole di sabbia. Una è per i morti e una per i vivi, così, osservando le persone, posso immaginare se stanno pensando a qualcuno da proteggere o a una persona cara che non c’è più. Resto in piedi e mentre la voce del sacerdote scandisce la preghiera e il coro accompagna con canti bellissimi, ammiro i meravigliosi affreschi e i grandi lampadari. La cerimonia più suggestiva è quella a cui partecipo nella chiesa russa di San Nicola, che si trova accanto alla incredibile Cattedrale di Alexander Nervsky che, sia di giorno che di sera, regala uno spettacolo degno delle grandi cattedrali delle più note città europee. Questa chiesa ricorda la basilica di San Marco di Venezia, non a caso la città ponte tra oriente e occidente.
Fa freddo. Giro per le strade illuminate e i palazzi eleganti del centro, con un bicchiere di vin brulè che tengo tra le mani per scaldarle e sorseggio lentamente mentre la neve ricomincia a scendere senza troppa convinzione. Il palazzo che fu sede del partito comunista spicca in fondo alla piazza con una certa spavalderia mentre dal lato opposto la statua di Santa Sofia si sporge maestosa verso di lui. Nel mezzo, sotto il livello della strada, la chiesetta paleocristiana e i resti della città romana completano la panoramica delle molte storie della città.








Le taverne offrono rimedio al freddo e alla fame con stufe caldissime e pietanze sostanziose e deliziose che, di nuovo, raccontano della multiculturalità di questa parte di Europa: alla tradizione bulgara si uniscono quella turca e greca e il risultato è un matrimonio di sapori davvero sublime che ti fa dubitare, piatto dopo piatto, di essere davvero in Bulgaria e non a Istanbul oppure ad Atene.






Sofia è certamente una città con una antica e interessante storia e opere artistiche insolite per noi europei occidentali ma ricche di fascino. Allo stesso tempo, tuttavia, si percepisce un’anima giovane, vitale e frizzante. La grande via pedonale Boulevard Vitosha è piena di locali di ogni tipo e per tutti i gusti e per tutte le età. E’, forse, nei graffiti sparsi per la città, tuttavia, che ho trovato l’aspetto più affascinante dell’estro moderno di questa città. Alcuni si trovano nel centro storico, nascosti tra antiche stradine, mentre quelli più grandi e impressionanti sono nel quartiere popolare di Hadzhi Dimitar. Si passeggia tra i palazzoni grigi e i marciapiedi sconnessi, tra cani randagi e auto parcheggiate in modo fantasioso in una divertente caccia al tesoro tra i graffiti cittadini che sono un vero museo a cielo aperto. Vale la pena la passeggiata di 40 minuti per arrivare sotto questi mostri di cemento che offrono uno sguardo diverso a questa sorprendente città.










Il mio lungo fine settimana bulgaro è quasi finito, ma non posso lasciare la città senza un giro in libreria. E a Sofia, se si dice libreria si dice Elephant Bookstore: un piccolo negozio pieno di libri in inglese e oggetti disparati, dalle tazze di Harry Potter, a vecchie fotografie, dalle targhe di latta alle cartoline in stile anni ’50. La musica accompagna il passaggio tra gli scaffali ed è così bella che viene voglia di sedersi sulla seggiola da regista, prendere un libro di Margaret Atwood e restare lì, fino alla chiusura, a leggere e osservare i volti stupiti delle persone che entrano. C’è anche una scopa per giocare a Quiddich e penso che, sì, questo è un posto davvero bello. Non vedo bacchette magiche ma probabilmente le hanno finite perché la scuola è già iniziata. Tornerò a settembre, penso. Comprerò la mia bacchetta, berrò un tè freddo passeggiando in uno dei bellissimi parchi che oggi sono spogli e malinconici, e alzerò gli occhi al cielo per sentire il caldo del sole sulla pelle. Respirerò, ricorderò quest’aria gelida e i fiocchi di neve sul viso e mi dirò che le mete meno note e da cui non sappiamo cosa aspettarci, sono proprio quelle che fanno aprire la bocca per la sorpresa e ricordano quanto il viaggio sia il migliore maestro di stupore.
Arrivederci elegante e discreta Sofia. A presto. E grazie.







Elephant Bookstore. Una libreria a Sofia
Da qualche anno ho dato inizio a quella che ormai è una tradizione nei miei viaggi: collezionare librerie intorno al mondo. Prima di partire faccio qualche ricerca on line e scelgo la mia meta letteraria: piccole librerie indipendenti e particolari sono, solitamente, in cima alla mia lista di luoghi da vedere.
Non ci ho messo molto a capire che la Elephant Bookstore fosse perfetta per la mia collezione. Non sbagliavo.
Il negozio si trova vicino alla bellissima chiesa ortodossa dei Sette Santi. La vetrina racconta alla perfezione l’anima di questa bottega piccola e fitta di meraviglie: cartine geografiche incorniciate, lampade, fotografie
autografate, oggetti strani e una scopa da Quiddich che, ovviamente, attira subito la mia attenzione.
Accanto alla vetrina, una finta libreria dipinta alterna libri a oggetti di varia natura e persino la targa del negozio di Olivander che, per i pochi che non lo sapessero, è il negozio di Diagon Alley dove gli studenti maghi vanno ad acquistare la loro prima bacchetta magica. E dove, prima o poi, andrò anche io, potete starne certi.
Fuori dalla porta, in un espositore ad altezza occhi, si trovano dei bellissimi segnalibri in omaggio. Questa piccola attenzione mi mette di ottimo umore prima ancora di essere avvolta dalla musica che risuona all’interno, interrotta solo dalla voce squillante della giovane libraia che, ad ogni ingresso ed uscita saluta
allegra.
Il negozio è piccolo. Gli scaffali lasciano poco spazio per muoversi e occorre farlo con cautela perché gli oggetti sono ovunque e moltissimi. A una interessantissima selezione di volumi in lingua inglese, tra i quali noto Margaret Atwood e moltissimi volumi di Harry Potter, si aggiunge una quantità impressionante di oggetti di ogni tipo: un mappamondo che si illumina, cartine delle costellazioni, pasta per modellare la barba, bottigliette di bevande analcoliche che potresti bere in un drive-in americano negli anni ’50, cartoline in bianco e nero dai soggetti più disparati, agende per il 2024, quaderni dove scrivere i propri progetti di felicità, carte da gioco che non so identificare meglio, poster colorati che riproducono vecchie
pubblicità, o almeno credo. E poi ci sono tazze, libri avvolti in carta da pacco da acquistare al buio affidandosi alla breve sinossi scritta sopra rigorosamente a mano, pupazzi. E mentre ti sposti con attenzione e la maggiore delicatezza possibile tra uno scaffale e l’altro, cercando di non attirare l’attenzione facendo
cadere qualcosa, la musica continua a farti compagnia e ti mette così di buon umore che ti viene voglia di fermarti lì per un po’. Ti siedi sulla sedia da regista e sfogli le pagine di un libro gustandoti questo momento di bellezza mentre fuori qualche fiocco di neve scende senza troppa convinzione. Se fai attenzione puoi
anche intravedere, tra cuscini in cima alle scaffalature e lampade appese ad altezze diverse, la carta da parati vintage che ricorda la casa della nonna e, guardando ancora meglio, si scorge, in alto, una cartolina che raffigura Donald Trump che annega facendo il segno di ok con una mano e la scritta in basso “What climate change?”.
Sorrido. Mi avvicino alla libraia. Le faccio i complimenti per questo angolo meraviglioso. Anche lei sorride quando le dico che scriverò di lei e di questa bellissima libreria e mi lascia i suoi contatti social.
Così, anche a Sofia, ho la mia libreria che, dettaglio non da poco, vende libri in inglese e non in caratteri cirillici. Penso che tornerò in primavera, verrò a salutare, acquisterò un libro e andrò a leggerlo in uno dei bellissimi parchi di questa discreta e deliziosa città.
Ascolto ancora un attimo la musica, apro la porta, sento il saluto allegro in bulgaro, un arrivederci. Ed esco.
Fuori scende ancora la neve. La scopa da Quiddich è nell’angolo della vetrina e l’insegna di Olivander attira ancora la mia attenzione. Chissà, magari la prossima volta scoprirò che anche qui si nasconde un passaggio segreto per Diagon Alley. Cercherò di informarmi per tempo.














La Signora del Castello
Quando immagino un castello penso sempre a un maniero medievale, massiccio e squadrato, senza troppe decorazioni e arroccato su un’altura.
Il castello di Bianello è questo, l’unico dei quattro castelli che permettevano di controllare il territorio circostante ancora esistente nel comune reggiano chiamato, appunto, Quattro Castella, nei territori di Matilde di Canossa.
Sono arrivata ai piedi della collina a metà pomeriggio di un giorno tiepido di Novembre. La luce calda che precede il tramonto avvolge il castello mentre l’aria si fa più fredda e l’atmosfera si fa vagamente cupa. Accediamo passando da un cortile che si affaccia sulla vallata e, da qui, entriamo e cominciamo ad aggirarci attraverso le stanze insieme a Danilo, assessore alla cultura e guida che ci accompagna in questo viaggio nel passato. La costruzione del primo edificio risale all’inizio dell’XI secolo. Durante la visita, si possono osservare i diversi interventi che si sono susseguiti nel tempo fino a quella che è la struttura attuale. Io seguo la spiegazione, mi guardo intorno e faccio fotografie ma sono impaziente. Conosco la storia del castello di Bianello e voglio sapere tutto, ho moltissime domande, voglio entrare in quella camera, vedere quello specchio e, sì, lo ammetto, voglio scattare quella fotografia. Quando entro nella stanza con il letto del ‘500, sulla sinistra, riconosco all’istante lo specchio ovale, con la cornice dorata, piccolo. E’ questo lo specchio nel quale una signora in visita come me ha fotografato il riflesso di profilo di quella che qui chiamano la signora del castello. Nell’immagine, scattata mentre la stanza era vuota, si vede una donna giovane, molto bella, i capelli raccolti in uno chignon, che guarda da un lato mentre una figura maschile piuttosto inquietante, sembra spiarla nascosta dietro una porta. Danilo ci racconta che molte delle persone che hanno abitato o che lavorano nel castello hanno incontrato la Signora. Nessuno ha finora ricostruito la sua identità ma tutti concordano sul fatto che abbia i capelli raccolti e un abito verde lungo fino ai piedi. Deve essere stata, quindi, una delle padrone di questa residenza che, dal giorno della sua morte, ha deciso di rimanere a proteggere la propria casa. Sembra non essere la sola entità che si prende cura del castello ma, certamente, è la più presente e attiva, stando alle segnalazioni. La storia che trovo più affascinante è quella raccontata da uno dei custodi. Una sera, durante il suo giro di controllo dopo che gli ultimi visitatori erano usciti, si avvicinò a una finestra per chiuderla. Nel farlo vide una figura femminile riflessa nel vetro. Si girò per avvisare la donna che il castello era chiuso, e che doveva uscire, ma quello che vide fu la figura di una figura eterea, vestita di verde, che si dissolveva nel grande salone lasciandolo attonito e anche un po’ spaventato.
Mi affaccio da quella finestra, il sole sta calando e le colline intorno hanno preso il colore rosato del tramonto. La vista è davvero bellissima. Socchiudo la finestra sperando di vedere qualcosa nel vetro, provo anche a girarmi di scatto ma vedo solo il grande tavolo al centro della stanza e il pianoforte alla parete nel lato opposto. Peccato, penso tra me.
Anche per noi è ora di lasciare il castello. Ormai è buio e la visita è giunta al termine. Guardo ancora una volta la sua facciata solida e imponente, le finestre verdi si stagliano regolari dalle pietre dei grossi muri. Si muove un leggero vento fresco. Mi attardo a guardare verso l’alto sperando che la Signora abbia notato la mia curiosità per lei e abbia voglia di farmi un saluto. Forse siamo in troppi perché si senta libera di farsi vedere. Forse la prossima volta, se andrò sola, mi darà un segnale. Magari diventeremo amiche.
Non chiedetemi se credo ai fantasmi. Non saprei rispondere. Di certo amo credere che l’energia, che non si crea e non si distrugge, possa trasformarsi in qualcosa di diverso da un corpo. Amo credere che mia madre, un giorno, avrà il desiderio di farmi un saluto e sorridermi ancora una volta come fa in quella fotografia dove mi tiene in braccio. Io felice, i riccioli neri, lo sguardo in un punto lontano. Chissà cosa guardavo mentre il fotografo scattava. Magari avevo visto il profilo di una bellissima donna riflesso in uno specchio.





Gerusalemme di San Vivaldo





La mia mattina inaspettata tra Terra Santa, Canada e Toscana.
La Terra Santa, e Israele in generale, è uno dei luoghi nei quali sogno di andare da molto tempo. Così, quando Alessandro e Veronica, che siamo andati a trovare nella loro nuova casa, vicino a San Gimignano, ci propongono di andare a vedere Gerusalemme di San Vivaldo, la curiosità amplifica l’entusiasmo che provo ogni volta che ho l’occasione di vedere un posto nuovo.
Nel parcheggio dove lasciamo l’auto, un cartello spiega come si struttura questo piccolo borgo che è il risultato della volontà di Fra Tommaso da Firenze, di riprodurre, tra il 1500 e il 1515, la planimetria, su scala ridotta, di Gerusalemme, così da offrire ai fedeli la possibilità di fare un pellegrinaggio come quello in Terra Santa, senza allontanarsi troppo.
Percorriamo il viale che si snoda tra gli alberi, affiancato da piccole case, tempietti e cappelle che rappresentano altrettanti luoghi legati alla vita di Gesù. È tutto chiuso, dobbiamo accontentarci di leggere le piccole targhe in ottone sopra le porte e le brevi didascalie che descrivono le terrecotte policrome ispirate alla Passione di Cristo, che si trovano all’interno: Casa di Anna, Casa di Pilato, Monte Sion, Luogo dell’Annunciazione, Golgota. Mentre ci diciamo che è un peccato non poterle visitare, un ragazzo dal viso solare e sorridente, esce da uno degli edifici insieme a due coppie di signori.
“Sto facendo una visita guidata in italiano. Ho appena iniziato. Se volete potete unirvi”. Ci serve un brevissimo sguardo per sapere che tutti e quattro desideriamo la stessa cosa e così ci aggreghiamo al piccolo gruppo e iniziamo ad ascoltare questo ragazzo dall’accento toscano che racconta dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme e della sua furia per come il Tempio è stato trasformato in luogo di mercato, con il tono avvincente e colorito di chi sta raccontando una scena de Il Signore degli Anelli.
Guido, così scopriremo poi che si chiama, mi ha già conquistata. Ci accompagna come un giovane San Pietro, con un grande mazzo di chiavi in mano, in ogni edificio del pellegrinaggio. Una chiave per ogni porta che apre per condurci all’interno: qui si trovano opere che fatico a definire: un mix di affreschi e sculture in terracotta che lui chiama Mélange. Si tratta di opere che servivano ai fedeli per comprendere l’episodio narrato e i simboli che esso nascondeva: per fare questo in modo efficace, agli elementi tipici del I secolo, epoca nella quale si svolgono gli eventi, si aggiungono particolari della Toscana rinascimentale, più facilmente leggibili dal pubblico del tempo. Guido ripete spesso la parola marketing. E ha ragione: chi percorreva il cammino che era stato di Gesù, dal processo, alla crocifissione, poteva riconoscere un linguaggio familiare, una storia avvincente ed esotica e allo stesso tempo facilmente leggibile. Facendo questo pellegrinaggio toscano, i fedeli si sentivano come a Gerusalemme e tornavano a casa con una fede rinnovata e ravvivata dai colori vivaci, pronti a farsene portavoce entusiasti.
Questo sembrerebbe il racconto, neppure troppo avvincente, di una bella visita guidata a spasso nella storia. E invece, come spesso accade quando ci apriamo alla bellezza, l’inaspettato ci sorprende.
Guido sta raccontandoci le vicende di un’opera che vede Gesù oltraggiato da alcuni uomini. Uno di loro fa un gesto di dileggio e, ci spiega, quel gesto è narrato in uno dei canti dell’Inferno di Dante. Mentre noi ascoltiamo incuriositi e attenti, il signore accanto a me, non più giovane ma alto e affascinante, in un perfetto italiano che tradisce un lievissimo accento francese, recita a memoria e senza esitazione i versi a cui Guido sta facendo riferimento. In quel preciso istante ho la certezza che questo è un incontro di quelli che mi lasciano un segno addosso. Usciamo e, mentre camminiamo verso la prossima cappella, mi avvicino e gli chiedo: “Mi scusi ma lei di cosa si occupa? Sono colpita dalle sue conoscenze”. Lui mi guarda, mi sorride con un’espressione dolce ma dalla quale traspare un certo divertimento e risponde: “Deve sapere che io sono specializzato in cose inutili”. Il cuore salta un battito. È la stessa cosa che dico sempre io quando mi chiedono quali sono i miei interessi. Glielo dico e questo fa nascere tra noi una simpatia istintiva. La visita continua tra le bellissime spiegazioni di Guido, gli interventi sempre arguti del mio nuovo amico e delle altre persone che sono con lui, che consigliano letture, nominano luoghi, annuiscono alle spiegazioni. Cerco di stare al passo, condividendo qualche cosa che ho letto da qualche parte, esponendo dubbi sui racconti del vangelo e confrontandomi, tutt’altro che alla pari, con Guido e queste meravigliose persone.
Vengo a sapere che Luca, così si chiama il signore ottantenne che legge Dante, che è originario di Poggibonsi ma vive in Canada da molto tempo. È tornato in Italia con la moglie e gli amici per rivedere la sua terra ancora una volta.
Mentre saliamo la gradinata sconnessa che ci porta al luogo nel quale è rappresentata la Crocifissione di Cristo, mi consiglia due letture, a suo parere, fondamentali. Segno tutto sul cellulare per non dimenticare nulla e intanto penso alla sfacciata fortuna che ho avuto quella domenica mattina velata ma ancora calda di metà settembre.
Sono passate, anzi volate, due ore abbondanti da quel gentile invito a seguire la visita. Salutiamo e ringraziamo Guido, giovane uomo brillante e appassionato, oltre che preparatissimo e, tra una citazione di Federico II e il ricordo di Castel del Monte, ci salutiamo dicendoci felici di questo incontro.
Ora sono a casa. Ho riguardato le fotografie e mi rammarico di non avere neppure un contatto di queste persone così ricche, interessanti, belle, che sento un po’ come dei nuovi amici.
Ma poi ci sono quelli vecchi, di amici. Come Veronica che ricorda il nome di quell’autore svedese che ha scritto un libro su Barabba, il cui vero nome è Bar Abbas.
O come Fabio che mi manda un messaggio che dice: “Ciao Lucia, tutto ok? Ti ho trovato il nome del tuo amico di Toronto…Puoi chiamarmi Sherlock Holmes. Nel caso ti giro il contatto Linkedin”.
Sono senza fiato. Fabio ha notato il logo sulla polo di quel signore. Ha cercato l’azienda e ha scoperto che Luca lavora lì e ha un profilo Linkedin. E sa con certezza di farmi felice.
Ovviamente 5 minuti dopo gli avevo mandato un messaggio per ringraziarlo di quella domenica mattina velata e ancora calda di metà settembre in cui mi sono sentita a mio agio in mezzo a un sapere e a una grazia che anelo e che ammiro. Come trovare pesci come me nello stesso lago, solo più sapienti. E per dirgli quanto sia stato prezioso l’incontro con quelle quattro persone più una guida dai capelli scapigliati.
Non so se leggerà la mia lettera, se mi risponderà mai. Non so se penserà che sono piuttosto strana se ho avuto voglia di contattarlo solo per dirgli quanta gioia mi ha regalato.
Non so se avrò la fortuna di avere di nuovo Guido come guida. Nomen omen, dice lui quando si presenta.
Ma una cosa la so. Non importa quanto lontano andrai, quanto tempo starai via e quante cose vedrai e imparerai. Ciò che importa davvero, in quel modo profondo che ti resta nell’anima e nel cuore, sono i compagni di viaggio che partiranno con te, quelli che incontrerai lungo la strada, quelli che non rivedrai mai più ma che renderanno il tuo viaggio un’avventura indimenticabile.
Tropico del Capricorno. Diario del mio viaggio in Namibia.
Sono tornata da qualche giorno. Ho ripreso l’abitudine di alzarmi prima dell’alba per fare yoga. Dalla Namibia ho portato qualche chilo di troppo. Così, appena fa luce, esco per una camminata. Sono nel parco vicino a casa, è presto: poco rumore, poche persone, io e i miei pensieri. Mentre metto i piedi uno davanti all’altro tenendo un ritmo veloce, mi ritrovo a pensare a questo viaggio. Mal d’Africa mi avevano detto. Ti renderai conto di cosa significa. Poi capirai.


Non so come si possa definire questa sensazione che prende chi ha avuto il privilegio di andare laggiù, ma per me ha molto a che fare con il senso di mancanza. Ed è così che provo, in questo diario di un viaggio straordinario, a raccontare cosa, della Namibia, mi manca.
Mi manca guardare fino all’orizzonte senza percepire la presenza umana. Mi manca sentirmi piccola e insignificante di fronte a una natura potente e dominante. Mi manca cedere la strada a una coppia di rinoceronti che non si preoccupano di noi.
Mi manca il silenzio che preme sulle orecchie e quasi ti stordisce. O quel cielo basso che sembra caderti addosso con un numero incalcolabile di stelle così luminose da farti credere di essere nello spazio. Mi manca il chiarore potente della via lattea. Mi manca la luna al contrario.
Mi manca sobbalzare sulle piste sterrate. Mi manca arrampicarmi sulla Big Daddy come se scalassi una montagna e sentire la sabbia che si infila nelle scarpe e tra i capelli. Correre a perdifiato dopo avere percorso il crinale della duna senza riuscire a credere di essere davvero lassù. Mi manca la sensazione di essere sulla luna quando davanti a me si staglia la dead vlei avvolta dalla nebbia e riconoscerla non appena le nubi si alzano per lasciare spazio al cielo blu che si appiccica al rosso delle dune e al bianco della terra secca. Mi manca sentirmi come mi sono sentita in quel momento.
Mi manca passeggiare tra le case di Kolmanskop, mangiate dalla sabbia, e immaginare come doveva essere vivere lì.
Mi manca fare a gara con i miei compagni di viaggio su chi indovina per primo che animale è quello che abbiamo appena visto. La voce dalla radiolina: orice sulla destra. Springbok davanti a voi.
Mi manca lo sguardo di quella giraffa che, con la testa abbassata e un battito di ciglia, sembra dirmi: “Ehi ti riconosco. Sei una di noi”.
Mi manca il fragore dell’oceano sulle rocce. Il frastuono delle otarie, l’elegante incedere dei fenicotteri rosa. Mi mancano le carezze alle foche che, come cuccioli affettuosi, cercano attenzioni mentre io provo a pagaiare con uno stile imbarazzante.
Mi manca Leslie, la sua fattoria, le sue stanze senza elettricità e l’acqua calda fatta con la stufa a legna. Mi mancano il suo vino, il suo inglese malandato, il suo purea e le sue uova strapazzate.
Mi manca fare yoga sulla spiaggia, aspettare il tramonto a Luderitz mentre facciamo foto sceme. Attendere l’alba ogni mattina. E sorprendermi che sia più bella di quella del giorno prima. Mi manca meditare sulle dune di Sandwich Harbour mentre piango pensando a mia madre. E mentre desidero, con tutta me stessa, che lei mi stia guardando e gioisca per la mia immensa felicità.
Mi manca bere il te nella sala relax della casa di Swakopmund, con la cartina aperta sul tappeto mentre programmiamo il giorno successivo.
Mi manca stendere la biancheria sui sacchi della spazzatura trasformati in fili da bucato, le ombre cinesi sull’arco di Spitzkoppe. Mi mancano i sassi lisci su cui arrampicarmi e dai quali non so scendere. Mi mancano i sorteggi per i posti sulle jeep, la lentezza africana che sa di tempo prezioso. I sorrisi che mostrano denti bianchissimi. I saluti dei bambini e degli adulti.
Mi manco io come sono quando sono in viaggio: sporca, vestita male ma così piena di gioia e gratitudine che per forza peso di più.
Mi mancano le pacche sulle spalle, gli abbracci, i sorrisi, le risate rumorose, le canzoni dei cartoni animati e quelle da discoteca. Mi manca la macchina fotografica al collo, la sveglia per vedere l’alba ancora e ancora, la pozza dei rinoceronti la sera. Mi mancano i giochi dei cuccioli di elefante, gli alberi faretra illuminati dal primo sole del giorno. La polvere, la pipì dietro i cespugli, la pasta al sugo cucinata in casa. I gechi fosforescenti, i camaleonti che dormono ignari delle nostre foto. La torcia da fronte.
Mi mancano queste e moltissime altre cose. Ma in fondo, a pensarci bene, non mi manca nulla. Mentre scrivo il mio elenco mi accorgo che la mancanza ha a che fare con qualcosa che non c’è. O non c’è più. E invece tutto questo è qui. Presentissimo non solo nei ricordi ma nel mio essere. Non esiste viaggio che non ci cambi un po’ e che non lasci in noi qualcosa di sé. Allora no, il mio mal d’Africa non è ciò che manca ma ciò che resta, ciò che ho portato a casa con me. Ed è qualcosa di molto più concreto di un ricordo, di una nostalgia o di un’immagine. E’ un altro, ancora diverso, modo di stare nel mondo.
Un pomeriggio ho perso nel deserto un ciondolo a cui tenevo molto. Il regalo di una persona che nella mia vita è fondamentale e preziosa. Mi piace pensare che sia rimasto sotto la sabbia per tenere tra quelle dune un pezzo di me. E che sia la promessa che un giorno tornerò. E anche questa perdita non è più mancanza ma presenza.
Ho concluso la mia camminata. Il parco inizia a riempirsi di runners, padroni di cani, signori con il giornale sotto braccio. Alzo lo sguardo cercando quell’orizzonte sconfinato che non vedo più ma che so dove trovare. Ascolto i miei passi sull’asfalto che non ha il colore rosso della sabbia del deserto del Namib. Eppure, ne sono quasi certa, ho sentito un sussurro. Ascolto meglio. Sì, l’ho sentito davvero.
Hakuna Matata. Hakuna Matata.
Cammino verso casa e sorrido.
Così, senza pensieri.















































Un adolescente a New York
Un adolescente a New York.
Quando mio figlio, 19 anni, mi ha chiesto di portarlo a New York, ho pensato che sarebbe stato bello tornarci dopo 22 anni. Io diversa da allora almeno quanto questa città che si trasforma incessantemente. Tornarci dopo l’11 settembre. E, soprattutto, tornarci con lui e guardarla attraverso gli occhi di un ragazzo al suo primo viaggio così lontano.
Riflessioni sparse e confuse di cosa è stato questo viaggio per noi.
La prima reazione che provoca NY è una serie di wow pronunciati a fiato corto e sguardo rivolto in alto. Times Square affascina con la sua caotica allegria. L’adolescente ha già deciso che vuole vivere lì, proprio in quell’incrocio di strade che non è neppure una piazza, ma che importa.
Poi NY abbassa le luci man mano che ti sposti dal Midtown e si offre con eleganza e discrezione, con il verde dei suoi parchi, o con la maestosità dei suoi grattacieli, con il silenzio dei quartieri dei brownies, delle passeggiate lungo l’Hudson e East River, con l’allegra confusione dei Villages.
Ho amato passeggiare tra i quartieri e sognare di vivere accanto a Carry Bradshow mentre l’adolescente trovava quelle zone troppo silenziose. Ho amato guardare le macchine piccolissime, dal centesimo piano, con i piedi nel vuoto sul The Edge. Ho amato camminare sulla High Way e rilassarmi al sole a Little Island. Ho amato il panino al pollo fritto e miele a Chelsy Market. Ho amato guardare mio figlio estasiato passare sotto al Ponte di Brooklyn e camminarci sopra. Ho provato una gioia malinconica a Coney Island in un giorno grigio. Ho mangiato gli hot dog più famosi d’America. Ho amato i tramonti, le luci, il rumore. Ho amato festeggiare il mio compleanno sul top of the rock dove mi sono sentita più vicina a mia madre. Ho amato i giudizi di mio figlio sui diversi hamburger provati. Ho amato bere coca cola nella più antica birreria di Manhattan senza essere cacciata fuori. Mi sono commossa a una messa gospel che racconta tanto delle anime di questa città. Ho riso moltissimo tra gli artisti di strada. Mi sono ubriacata di opere d’arte al MET e al MOMA. Ho rivissuto nei film della mia adolescenza e non solo. Ho quasi imparato a giocare a scacchi a Washington Square. Ho lasciato a NY migliaia di passi, più di 100 Km a piedi, il desiderio di tornare. Ho portato con me qualche chilo, gli occhi pieni di stupore, il rumore dell’acqua di Ground zero che mi ha penetrato il cuore e che ha il suono del dolore e della rinascita. Ho portato con me la gratitudine per ogni istante condiviso che una città che amo e con un adolescente che, tra una lamentela perché faccio troppe foto e per le giornate faticose e l’entusiasmo per il giro in traghetto a Staten Island, è stato il compagno di viaggio perfetto.
Tornerò NY. Magari con la neve e le luci di Natale. Tornerò per un musical, una stand up comedy e per un concerto jazz. Oppure, tornerò solo per te. Tu continua a cambiare. Io farò lo stesso. E ci racconteremo ciò che siamo diventate.

















































